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Il tempo è salute

Quanti di noi si ripromettono di prendersi più tempo, libero dal lavoro e dagli impegni quotidiani obbligati, per dedicarlo a quelle attività che la frenesia della vita occidentale, ha rese striminzite e occasionali?!?! Definire il tempo è davvero molto complesso, da sempre l’uomo vuole risposte: la scienza e la filosofia sono le due grandi discipline che nel corso della storia hanno cercato di slegare la complessa matassa, partendo dai greci fino ai giorni nostri. Alla domanda “Cos’è il tempo?”, sant’Antonio rispose: “Io so cosa è il tempo, ma se me lo chiedi non lo so più.” La difficoltà di dare una definizione, come si legge ne Elogio alla Lentezza di Maffei, è proprio che non esiste un recettore del tempo al contrario di quanto avviene per gli altri sensi, è semplicemente un’intuizione per ognuno di noi. Esistono nel nostro corpo due segnatempo: il battito cardiaco e la frequenza respiratoria, e alcuni biologi hanno addirittura ipotizzato che statisticamente la durata della vita è regolata dal numero di battiti e/o respiri, legati tra loro da un fattore 4. Poi l’uomo per comodità ha creato una misura standard internazionale del tempo, il secondo, per misurarlo e definirlo in modo ordinato.  

Una riflessione sul tempo qui, su un sito che si occupa di nutrizione sostenibile ed ambiente, non è poi così strana. E’ un argomento su cui ci si sofferma poco ed è un elemento portante in tutti quegli ambiti che riguardano il benessere e la salute psicofisica. Infatti se molto spesso la volontà al cambiamento e il voler “far bene” ci sono, le persone non sanno prendersi/ dedicarsi il giusto tempo. Eppure alcune frasi che spesso mi sento dire dai pazienti è “voglio cambiare ma non ho il tempo!”, “non lo farò mai ci vuole troppo tempo” o ancora “si trova anche già pronto vero? Così risparmio tempo”. Nel campo dell’alimentazione ci sono spesso troppe resistenze nel fare un passo indietro e tornare in cucina un po’ come facevano le nostre nonne: il poco tempo a disposizione, la vasta offerta che troviamo fuori casa (supermercati, fast-food, ristoranti, etc..) e la perdita del tramandare la tradizione culinaria attraverso le generazioni. 

Dedicare tempo alla scelta degli alimenti giusti, al cucinare e preparare la tavola, per poi condividere il pasto insieme, non è solo per cultura, ma una vera e propria questione di salute. Nell’articolo Too busy: why time is a health and environmental problem” si evidenzia come la pressione del tempo è un malessere moderno, che porta ad avere sempre meno tempo da dedicare a tutte quelle attività che sono salutari per l’uomo come l’esercizio fisico e una buona alimentazione, entrambi fattori preventivi per le epidemie moderne quali obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiache. Viene riportato un sondaggio australiano dove emerge che un esperto su cinque ha classificato la pressione del tempo come la più importante ed unica tendenza sociale alla base dell’aumento dei tassi di obesità. 

L’industria alimentare dal canto suo, ha intuito e prontamente risposto a questa mancanza di tempo, proponendo qualsiasi tipo di alimento e cibo, molti dei quali etichettati come “salutari”, nella versione veloce e pratica da consumare. Ecco l’inganno: credere che con questi prodotti si è sulla giusta strada del nutrirsi bene, senza poi fare troppa fatica e investire tempo, magari anche con gusto ed essendo biologici. Proprio questi alimenti di quarta e quinta gamma (soprattutto se biologici, perché a mio avviso cadere in inganno è ancora più semplice) sono deleteri sia sulla salute fisica che mentale, rafforzando l’abitudine al non fare: mettere le mani in pasta è essa stessa parte importantissima di un percorso di educazione alimentare, qualsiasi sia l’obiettivo finale. Cucinare è socialità, conoscenza, condivisione, creatività, e tanto altro: fa bene alla mente e al corpo, ci rende più rispettosi del cibo e ci riconnette con il vero senso di fame, imparando a mangiare il giusto. 

Un paio di studi recentissimi condotti su bambini e ragazzi sono riusciti per la prima volta a correlare il consumo regolare di alimenti ultra-processati all’andamento dello stato di salute. Da qui un altro spunto di riflessione: non è una questione che riguarda solo la salute del singolo oggi, ma una prospettiva di evoluzione culturale futura. Crescere vedendo la mamma o il papà o i nonni che non cucinano e comprano gli alimenti di cui ho già parlato, magari davanti ad uno schermo, non è il migliore degli imprinting per costruirsi una cultura alimentare sana, rispettosa del corpo e dell’ambiente.  

Ma appunto preparare pasti nutrienti richiede tempo, e non è una novità: già in un sondaggio europeo del 1997 condotto su 14.000 persone, un terzo degli intervistati aveva indicato la mancanza di tempo come uno dei principali ostacoli al mangiare sano. 

Se guardiamo nel nostro giardino, gli italiani sono stati definiti “popolo di cuochi virtuali sempre di fretta”: in un articolo che indaga l’abitudine a cucinare è emerso che solo a cena si raggiunge il 50% di persone che cucinano tutti i giorni, accanto a questo dato è interessante osservare le motivazioni che portano a cucinare poco. La mancanza di tempo non è la prima motivazione, ma il volersi rilassare, facendo intendere che cucinare sarebbe un ulteriore stress aggiuntivo a fine giornata. 

 

Grafici: Indagine fatta su un campione di 1.111 persone che mangiano a casa.

L’intensificazione del lavoro e l’evoluzione della società della velocità e dei consumi, ci hanno portato in questa direzione. Penso che le soluzioni siano alla nostra portata, in linea con la nostra natura e tutti ne siamo già capaci. A raccontarlo con parole semplici sono gli abitanti dell’Ogliastra e della Barbagia nell’entroterra sardo, molti dei quali centenari o quasi. Questa zona, definita la “blue zone” italiana, comprende una decina di piccoli paesi in cui l’aspettativa di vita è nettamente superiore al resto dell’Italia, con un tasso di mortalità dell’8 per mille. Tra questi, il paese di Seulo è il più longevo al mondo, e i suoi anziani raccontano i segreti di una vita lunga ed in salute: sveglia presto, invecchiamento attivo stando all’aria aperta, dedicandosi all’orto e alla campagna, cibo di cui si conosce la provenienza e coltivato/allevato con cura, mente attiva e impegnata, tempi lenti e una vita abbracciata alla natura, da amare e rispettare. 

Anche il tempo del pasto è fondamentale: il nostro cervello ha bisogno di circa 20 minuti prima di capire che abbiamo mangiato abbastanza. Prendersi del tempo, riunirsi con la famiglia o con amici o con colleghi di lavoro (perché no?!?) attorno ad una tavola, ci aiuta ad apprezzare maggiormente ciò che mangiamo, godendosi la tranquillità del pasto e i racconti di chi vi partecipa. 

Recuperiamo le buone abitudini che si stanno perdendo, così da donarle ai più piccoli: insegniamo loro l’importanza del prendersi il tempo per preparare del cibo sano e per stare a tavola. Facciamo sentire loro che il cibo è ristoro per la mente e il corpo, che un cibo sano è anche rispettoso dell’ambiente, è strumento di condivisione culturale e sociale. 

Per tutto questo vi invito a riformulare la famosa frase “il tempo è salute”. 

“In un mondo che corre vorticosamente, con logiche spesso incomprensibili, il problema della lentezza si affaccia alla mente con prepotenza.”

Veronica Casilli

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA: