Cibo spazzatura: siamo vicini alla resa dei conti?

Written by Roberta Franceschini on 9 aprile 2018 – 12:30 -

Accade spesso nel mio lavoro di fare delle esperienze che diventano spunti di riflessione o pretesti per approfondimenti come quella, capitata di recente, in cui ho scoperto, con piacevole sorpresa, che nella struttura con cui collaboro, che si occupa principalmente di ragazzi e adolescenti, e’ stato creato un spazio dove i giovani possono ‘fare pausa’ assieme durante i pomeriggi di lavoro presso la struttura; unico neo, peraltro migliorabile, che ‘le merende’ offerte siano snack, merendine, patatine, bevande zuccherate e gassate come purtroppo accade in molte scuole e altre strutture ricreative per giovani; trovare poi, di lì a pochi giorni, su una rivista importante del settore medico-scientifico, un articolo sullo stesso argomento, mi ha fatto pensare che la coincidenza non sia stata fortuita bensì predestinata e meritasse allora questo approfondimento. Lo studio lancia un nuovo allarme sul cosiddetto “cibo spazzatura” denominato anche “junk food” cioè alimenti preparati industrialmente di scarso valore nutritivo e alto contenuto calorico come merendine, snack, wurstel, hot dog, patatine, dolci confezionati, zuppe istantanee: il consumo di questi prodotti potrebbe essere associato ad un aumentato rischio di tumore.

Il team dell’Università della Sorbona di Parigi ha preso in esame 105000 volontari di età media 42 anni, in prevalenza donne, e ha registrato, per ogni persona, tutti gli alimenti solidi e liquidi consumati durante la giornata per 3 giorni non consecutivi (due giorni infrasettimanali e un giorno del weekend) e ogni 6 mesi (per tener conto delle variazioni stagionali) scegliendoli tra quelli riportati in una lista di 3300 cibi per un periodo di osservazione di circa 8 anni (dal 2009 al 2017) durante il quale sono stati raccolti, mediante interviste, i dati riguardanti lo stato di salute e in particolare la presenza o meno di cancro verificandoli con le informazioni riportate nelle cartelle medico-ospedaliere. Lo studio ha dei limiti peraltro dichiarati anche dagli stessi autori: un limitato tempo di osservazione per una patologia come il cancro che giustifica la bassa incidenza della malattia nel gruppo in esame rispetto alla media nazionale francese, l’autocandidatura dei partecipanti allo studio per cui potrebbero essere state selezionate persone non rappresentative della popolazione generale mediamente più attente alla dieta, più attive, infatti solo il 18% consuma questa categoria di alimenti nella propria dieta, l’analisi di una categoria molto ampia di alimenti preparati con metodi differenti e contenenti diversi nutrienti e una miriade di additivi e conservanti e quindi la difficoltà a trovare una relazione di causa effetto tra uno o più di questi componenti e lo sviluppo del cancro; nonostante ciò, i risultati gettano un sasso nello stagno, rappresentano un primo, preliminare, indizio sull’esistenza di una possibile associazione diretta tra consumo di cibo spazzatura e aumento di rischio di cancro. Non sappiamo per il momento quale gruppo di questa categoria di alimenti sia più a rischio, se quelli ricchi di grassi o le bevande gassate e zuccherate (nonostante tutte e 2 le categorie risultino nello studio associate in modo indipendente l’una dall’altra ad un aumento del rischio), o se il rischio sia dovuto principalmente agli additivi e conservanti aggiunti o alle sostanze che si liberano nella loro preparazione o ancora quelle contenute nel packaging; quello che viene evidenziato è che inserire anche solo il 10% di prodotti confezionati nella dieta giornaliera porterebbe ad un aumento del 11% di rischio generale di sviluppare il cancro e del 12% di quello alla mammella, l’unica forma specifica di tumore per la quale è stata trovata una significatività statistica (probabilmente come conseguenza del fatto che circa l’80% dei partecipanti allo studio sono donne). Questo equivale a dire che è sufficiente cenare con club sandwich o con un bel piatto di patatine o offrire al bambino la bottiglietta di thè o i biscotti a merenda per mandare all’aria, per vanificare una giornata fin li magari anche virtuosa in cui abbiamo mangiato cereali, frutta, semi oleosi, yogurt a colazione, frutta e semi oleosi agli spuntini, verdura cruda e cotta, legumi e cereali a pranzo.

A spiegare questi dati potrebbe essere lo scarso valore nutrizionale di questi alimenti che sono ricchi di sale, di grassi saturi e zuccheri e poveri di fibre, tutti fattori che favoriscono l’obesità e le persone obese si ammalano di più di cancro. Il meccanismo biologico che lega l’adiposità al cancro è mediato dall’insulina. Se c’è molto grasso depositato dentro e attorno agli organi addominali, il fegato riceve sangue molto ricco di grassi e avendo grassi da bruciare chiude le porte al glucosio; l’insulina non riesce ad aprirle, di conseguenza la glicemia sale e il pancreas è stimolato a produrre altra insulina da qui l’iperinsulinemia che stimola la sintesi di fattori di crescita e di ormoni sessuali con conseguente proliferazione delle cellule dei tutti i tessuti e in particolare quelli ormonosensibili come mammella, utero, prostata, ovaio. Interessante è osservare che il risultato a cui giunge lo studio non cambi a seconda dell’indice di massa corporea e del contenuto in grassi, zuccheri, sale e fibra presenti nella dieta. Quindi, come sostengono gli autori della ricerca, altri fattori potrebbero essere responsabili dell’associazione come ad esempio gli additivi contenuti in questi cibi per i quali, come avviene per i pesticidi, si conoscono le dosi massime concesse per ogni singola sostanza per evitare effetti avversi sulla salute ma non è noto se le stesse regole (o quali?) valgano quando sono presenti diversi additivi contemporaneamente (il cosiddetto effetto cocktail).

Sempre nell’ottica di trovare una o più spiegazioni a sostegno del risultato, un aspetto spesso poco considerato è il ruolo di contaminanti che non vengono aggiunti ai cibi ma che si formano durante la preparazione, uno tra tutti l’acrilammide presente in prodotti amidacei quali patate fritte, biscotti, crackers, caffè. L’ultimo numero di Terra Nuova dedica ampio spazio proprio a questa sostanza sfruttando l’uscita in vigore l’11 aprile prossimo di un Regolamento della Commissione Europea (2017/2158), che al fine di garantire la sicurezza alimentare, istituisce livelli di riferimento della sostanza obbligando cuochi, pasticceri e industrie alimentari a ridurre i livelli di acrilammide nei propri prodotti attraverso diverse strategie di contenimento che andranno inserite e verificate nei protocolli HACCP. L’acrilammide è una sostanza cancerogena che si origina quando alimenti ricchi di amido vengono cucinati o fritti a lungo ad alte temperature (superiore ai 175°C per i fritti e ai 220°C per i prodotti da forno) e che agisce provocando mutazioni nel nostro DNA; è la responsabile degli aromi presenti nel caffè tostato, nella crosta del pane, nelle patate fritte. Essendo prodotta attraverso una reazione spontanea, non è possibile eliminarla completamente anche se l’EFSA (Agenzia Europea per la sicurezza alimentare) ha indicato un quantitativo che dovrebbe avere un effetto trascurabile che per l’uomo sarebbe di 1 microgrammo al giorno, quantità che corrisponde al valore che possiamo trovare in 1 grammo di patate chips o appena in 3 g di patate fritte o al forno. Se teniamo conto che la dose innocua dipende dal peso corporeo e che i cibi che contribuiscono maggiormente all’esposizione all’acrilammide sono i prodotti fritti a base di patate, viene da sé pensare che i bambini e adolescenti rappresentano la fascia più a rischio essendo i più grandi consumatori di questa categoria di prodotti.

Quindi, anche se dobbiamo aspettare nuovi studi per avere la certezza del risultato riportato nello studio, per sapere quanto aumenta il rischio di ammalarsi di tumore, quale/i alimento/i di questa categoria faccia peggio o quale componente, sulla cancerogenicità dei fattori qui elencati come possibile spiegazione del risultato dello studio possiamo invece già mettere la mano sul fuoco, essendo nota da tempo e potrebbe essere una ragione sufficiente per ridurne o evitarne l’acquisto.

Per i più scettici o fatalisti, è bene comunque ricordare che se non è tumore si chiama depressione, osteoporosi, disturbo del comportamento alimentare, dipendenza (come dice il proverbio se non è zuppa è pan bagnato!): infatti alcuni studi rivelano che chi consuma alimenti grassi, molto zuccherati e lavorati ha il 60% in più di cadere in depressione rispetto a chi basa la propria dieta su frutta, verdura e pesce, altri dimostrano che mangiare ‘junk food’ rende dipendenti perché desensibilizza la via degli oppioidi, molecole che stimolando la produzione di dopamina generando la sensazione di benessere tipica dei meccanismi di ricompensa per cui più ne mangio più ne mangerò per poter ottenere la stessa sensazione di benessere, altri ancora sottolineano come il cibo spazzatura e le bevande gassate e zuccherate possono compromettere lo sviluppo della massa ossea perché soprattutto quest’ultime aumentano la concentrazione ematica di fosforo che non più in equilibrio con calcio e magnesio contribuirà alla disgregazione piuttosto che all’acquisto di massa ossea.

Quindi quali consigli?

Le regole sono sempre le stesse: dare il buon esempio, non acquistare prodotti di questa categoria e non tenerli in casa, far vedere il meno possibile a bambini e ragazzi la televisione perché la pubblicità è usata per promuovere questi prodotti, cercare di ridurre gli acquisti ai soli prodotti base (cereali in chicco, farina per chi non ha la possibilità di produrla, legumi, sale, erbe aromatiche, olio.. e per i dolci succo di mela, cacao e semi oleosi) riducendo quelli trasformati e informarsi informarsi  informarsi..

E il futuro?

Potrebbe chiamarsi Food Coop, un supermercato partecipativo creato e sostenuto dai consumatori, che sono anche i soci, per il piacere di prendere parte ad un progetto collettivo ma anche di scegliere prodotti salutari, freschi ed etici a prezzi molto competitivi. Mettere insieme prezzi bassi e qualità alta senza per questo sfruttare qualcuno è la sfida.

Per chi volesse approfondire, dall’idea è nato un documentario che è stato trasmesso nelle sale italiane lo scorso novembre a Bologna con l’obiettivo di creare anche qui un supermercato collaborativo, progetto al quale stanno lavorando da un anno e che aprirà le corsie nei primi mesi di quest’anno. All’attivo esistono già Park Slope a New York e La Louve a Parigi aperto nel 2016 e altri ancora in altre città francesi e a Bruxelles..

E allora sarà scacco matto al junk food!

http://video.tvzap.kataweb.it/video-viral/food-coop-dal-supermarket-al-cinema/11485/11544

Fonti:

Fiolet T. et al. Consumption of ultra-processed foods and cancer risk: results from NutriNet-Santè prospective cohort. BMJ 2018: 360:k322

http://www.terranuova.it/News/Alimentazione-naturale/Ecco-cosa-succede-quando-mangiamo-cibo-spazzatura

http://www.terranuova.it/News/Alimentazione-naturale/Cibo-spazzatura-e-depressione

Franco Berrino. Il cibo dell’uomo ed. FrancoAngeli/SelfHelp


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