Ppd: parafenilendiamina e soci nelle tinture per capelli

Written by Laura Gregnanin on 29 luglio 2012 – 05:36 -


Tingersi o non tingersi i capelli? Questo è il dilemma!

Nel mondo che ha paura della vecchiaia e che non accetta i cambiamenti naturali della vita umana, trovano posto le tinture per capelli.

In realtà questi cosmetici non sono utilizzati solo di chi deve coprire i capelli bianchi ma anche dai giovanissimi che cambiano radicalmente il loro colore naturale per dare sfogo alla creatività. Ne so qualcosa visto che da anni insegno ad acconciatori in erba e io stessa ho fatto da cavia alle loro sperimentazioni!

Ma cosa contiene una tintura per capelli?

Il mercato offre diverse opzioni e la più gettonata è la tintura ad ossidazione che copre molto bene i capelli bianchi e permette di ottenere moltissimi colori e riflessi duraturi nel tempo.

Non si tratta di magia ma di veri processi chimici che avvengono sui nostri capelli e che portano alla modifica permanente del colore naturale e non.

Gli ingredienti base di una tintura ad ossidazione sono principalmente: molecole coloranti, ammoniaca e acqua ossigenata.

Il tutto serve per far alzare le tegole (cuticola) che ricoprono il capello, far penetrare le molecole coloranti che si fissano all’interno e richiudere il tutto sigillando le tegole alzate in precedenza, tempo di posa tra i 20-30 minuti, qualcosa in più se si utilizzano sostituti dell’ammoniaca (etanolamine).

Da notare che le tinture vengono applicate sui capelli ma entrano in contatto anche con il cuoio capelluto, la fronte, e le orecchie e, se siamo maldestre, possiamo colorare anche mani ed avambracci!

Le molecole coloranti contenute nelle tinture ad ossidazione sono sotto accusa per possibili reazioni allergiche. Una di queste molecole è la parafenilendiamina, in sigla PPD, presente in più di due terzi delle tinture in commercio.

La legge ammette la PPD a concentrazioni fino al 6% in UE, e fino al 4% negli USA. Ma ci sono alcuni paesi europei (Germania, Francia, Svezia) in cui l’utilizzo è vietato a causa di forti preoccupazioni legate agli effetti nocivi sulla salute.

La PPD è una molecola piccola che penetra molto bene all’interno del capello e che viene a contatto anche con cuoio capelluto e cute; è considerata un allergene da contatto molto pericoloso: può scatenare reazioni allergiche che compaiono anche a distanza di mesi o anni dal contatto con la sostanza. Inoltre i soggetti che hanno sviluppato una sensibilizzazione alla PPD possono svilupparla anche verso altri coloranti, anestetici locali, PABA (filtro solare), sulfamidici, etc.

Nelle etichette delle tinture è vivamente consigliato un test allergologico da fare a casa. Quante di voi lo fanno? Ed il vostro parrucchiere di fiducia ve l’ha mai proposto in salone?

I soggetti con una pelle sensibile e reattiva dovrebbero eseguirlo e attendere almeno 48-72 ore prima di farsi il colore, per vedere se sono allergici al prodotto.

La legge in qualche modo ci aiuta e obbliga le aziende a scrivere nelle confezioni le sostanze a rischio allergia (come PPD, resorcina), le avvertenze e raccomandazioni da osservare come: può dare una reazione allergica, usare guanti appropriati, non usare per tingere ciglia e sopracciglia, sciacquare bene i capelli dopo l’applicazione, astenersi dall’uso in gravidanza, etc.

Il problema delle tinture è che, al giorno d’oggi, si inizia sin da giovani a sperimentare nuove colorazioni, senza pensare ai rischi a cui si può andare in contro.

La natura cosa ci offre?

L’hennè, le foglie e il mallo di noce, la camomilla e il te nero: i risultati non sono sempre decisi ma si intensificano con l’utilizzo.

La polvere di hennè è la più gettonata da chi rifiuta l’uso di tinture a ossidazione; in internet si possono trovare siti dedicati che offrono spunti per il suo utilizzo.

E se non volessimo tutto questo l’unico consiglio è quello di accettare ciò che siamo: il colore naturale che la genetica ha spennellato su di noi e quei fili bianchi che prima o poi compariranno a renderci più saggi!

Laura

 

 


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Uomini e Semi

Written by Michela Trevisan on 3 luglio 2012 – 13:52 -

Dopo un viaggio a Istanbul un pensiero si è annidato  nella mia testa…chi avrà ragione…chi basa tutto sulla concorrenza, difendendo a spada tratta il nome, il logo, la peculiarità, facendo ben attenzione ad aprire un’attività lontana da altre attività simili…o il modello turco, dove ogni via è dedicata ad un’attività commerciale: una via tutta di elettrodomestici, un’altra tutta di stoffe…così se a un negoziante manca un articolo, magari lo si trova dal vicino…e il commerciante stesso ve lo indica…

Nonostante sia nata e cresciuta nel clima del nordest, la concorrenza non riesce a scorrermi nelle vene, penso piuttosto che la diversità arricchisca sempre, che lo scambio sia vita, che la chiusura e la diffidenza portino all’affossamento, alla morte…

Un pensiero simile si è formulato anche dopo aver conosciuto il professor Ceccarelli, genetista, che per una vita intera si è occupato di sementi presso l’International Center for Agricultural Research in Dry Areas, in Siria. In questo centro di ricerca il lavoro si è svolto fianco a fianco degli agricoltori…solitamente i centri di ricerca per il miglioramento genetico delle sementi sfornano i semi “adeguati” alle condizioni ambientali, non tenendo conto delle esigenze degli agricoltori che li andranno poi ad utilizzare: potrebbero ad esempio preferire piante meno produttive  ma con caratteristiche più vicine alle loro esigenze; chi ha animali da sfamare preferisce raccogliere poco ma tutti gli anni, chi deve vendere il grano preferisce raccogliere il massimo 1 anno ogni 3-4, e così via. Ceccarelli ha così creato un esempio virtuosissimo di miglioramento genetico partecipato, in cui la ricerca si mette al servizio delle reali esigenze dell’uomo e non della ricerca fine a se stessa  o, ancor peggio, dell’industria.

Ma Istanbul mi è tornata alla mente ancor più quando Ceccarelli ha raccontato di come sia in uso seminare in una parte del terreno  miscele di diversi tipi di grano (ma si fa anche con il mais, con il pomodoro ecc.), in modo da permettere l’ibridazione e avere sempre  a disposizione piante con caratteristiche che cambiano negli anni perché man mano si adattano ai cambiamenti climatici e di quel terreno; questo garantisce una riserva personalizzata di semi naturalmente resistenti, adattati, dal quale l’agricoltore può attingere per avere piante più produttive o più resistenti, o con caratteristiche adatte alle sue esigenze del momento.

Queste miscele vengono utilizzate anche dagli agricoltori-panificatori francesi con la differenza che in questo caso la miscela è in pieno campo ed ogni anno è destinata a mutare, producendo una farina con cui si panifica che Ceccarelli ha definito “pane d’annata”, come il vino, ogni anno con sfumature diverse.

Ma allora mi chiedo: ha senso difendere dall’ibridazione, che naturalmente accadrebbe in natura, le culture dei cereali antichi come il monococco, piave, verna, gentil rosso ecc. con il rischio di coltivare cereali non perfettamente adattati alla zona a disposizione? O sarebbe meglio assecondare la natura e rimanere aperti a ciò che di nuovo ci propone, valutandone gli eventuali vantaggi?

Per chiudere il cerchio dei pensieri, mi verrebbe da pensare a un parallelo tra le miscele di cereali nei campi e le miscele degli uomini e delle razze nelle società: non mescolarsi protegge la purezza o impoverisce? E la concorrenza non ci preclude forse la ricchezza della collaborazione?

 


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